La libertà di silenzio era ormai universalmente considerata un diritto irrinunciabile e basilare per tutte le piazze volgari virtuali salutari e ademocratiche.
Il diritto alla libertà di silenzio non era tuttavia da considerarsi illimitato: il BuonNonGoverno virtuale in qualsiasi momento storico conservava per sé la facoltà di desiderare, ma soltanto nei propri sogni diurni, la limitazione di particolari forme o sottoforme di assenza d’espressione o di mancata gesticolazione.
Secondo il diritto internetionale, le limitazioni alla libertà di silenzio dovevano rispettare principalmente tre condizioni, e cioè: doveva essere espressamente elusa la loro specificazione dalla legge; dovevano esse limitazioni rispondere a uno scopo ufficialmente riconosciuto dall’Organizzazione delle Piazze Disunite come amorale; la terza condizione è ancora allo studio del Ministro delle Minestre.
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Ad osservare il silenzio oltre agli occhi mi aiuta, perso nonsisadove a bordo di Inaffondabile IV (Inaffondabile I, II e III naturalmente sono tutte affondate), mangiare insalata di bucce di pera all’aceto di mele. E, poi, spostarmi dal bordo.
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A svegliarmi dal silenzio viene chi sa svegliare il mio nonsilenzio, qualche innamorata di sé voce provocatrice che arriva sempre dal paese di Cuoriviolenti dove furono inventati sette ere fa lo spago rosso e la parola Forse.
La prima parola a me strappata e ricucita è una qualsiasi imprecazione di meraviglia che si possa pronunciare a zigomi spianati a sorriso.
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La parola non è detto che venga acchiappata al volo così meglio del silenzio.
Ma non è neppure detto che abbia un tale compito o, meno peggio, desiderio.
Potrebbe proprio rimanersene lì appesa per un tempo che non si sa dire e inutile a farle capire dove.
Oh, magari è tutto solo invece per vedere chi dei tre vive più a lungo.
Il terzo sono io.
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Parlare del silenzio è la seconda cosa più stupida che da me stesso ho imparato a fare.
La prima è rincorrerlo con tiptaptacchi di ferro su ponti di sospensione di carta.
Dove si va?, gli chiedo da lontano nove passi.
Dove si va?, chiede lui a me.
Ma capisco che vorrebbe dirmi: Si va dove io riesco a precederti nella domanda.
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Al centro di una domanda fatta a se stesso il silenzio trova un seme che è fatto di neve. Lo sputa e lo regala al primo passante che non lo sa. Il passante lo butta via e lo trova un cane. Il cane lo annusa e lo seppellisce sotto altra neve. Per tempi migliori o per migliori odori? La neve si scioglie e solo allora passa di lì un vecchio tutto marrone. E’ un vecchio ma sembra una nuvola venuta dal futuro. Il vecchio mi saluta con la finta del cappello tolto che faccio anch’io. Mi consegna, in silenzio, il seme del silenzio. Non c’è disperazione nei suoi gesti, dunque la riconosco. Soppeso il dono ma solo per far sembrare anche il mio un gesto. Venuto dal passato. Torno infine da dov’ero venuto, cioè a qualche non identificata pagina precedente.
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Sul Pianeta del Silenzio stanno osservando su un monitor d’acqua le parole non nate. Scorrono una a una fra brevi scoppi di risate.
Riconosco le mie in un modo troppo facile, sono le uniche mantenute invisibili a me.
Delle parole altrui non so mai cosa pensare, mi è capitato di passaggio, di sorpresa, di essere ingiusto e non approvarne un po’ di colori.
Tutte le parole si fermano un attimo davanti a tutti noi spettatori possibili e non visti, ma solo per fingere una goccia d’indecisione.
La loro prigione che è dorata anche se non è eletta io la vedo in sogno, dove come si sa io sono trasformato in un furbissimo e muto agente dei servizi segreti interplanetari.
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Dov’è la sorgente che mi aiuta a, o forse mi comanda di, rompere il silenzio? Ho risposto allo specchio magico come sapevo, ho risposto che prometto di pensarci moltissimo ma non prometto di saper rispondere.
Ho capito che chi sa raccontare sa sempre raccontare quel che dovrebbe forse non interessare a nessuno: cosa avviene attorno, cosa ci mettiamo attorno alla rottura del silenzio, e magari anche perché. Ma quale crimine sia avvenuto un attimo prima, al centro della scena, davanti a tutti gli occhi chiusi del mondo, nessuno sa dirlo.
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C’è silenzio attesa di voce. C’è silenzio che è spegnimento di voci. C’è silenzio dopo lo spegnimento di voci. C’è silenzio che è confusione di voci. C’è silenzio che non ci dice niente. C’è silenzio che non ci lascia in pace. C’è silenzio che è scelto da qualcuno, altro. C’è silenzio che si ritrova, da sé, improvviso. C’è silenzio che ha speranza di non essere sé. C’è silenzio che si affida a noi. C’è silenzio nascosto in agguato, dove o perché?, non sappiamo. C’è silenzio che è solo terra desolata mentre noi siamo il paese guasto. C’è silenzio che è violenza, è lo stesso che all’occorrenza sa trovare per noi pace.
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Il silenzio parla all’assenza.
Cosa le dice?
Le dice Non mi permetterei mai di amarti.
Cosa risponde l’assenza? Lei non conosce la lingua del silenzio e non risponde niente.
Ma non conoscere quella lingua la aiuta anche a sapere sempre già tutto.
Ma il silenzio l’ho visto lasciare rose rosse al posto mio davanti a un po’ di porte vuote aperte.
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Il silenzio è madre. Il nome è figlio.
L’amore tra loro mima la fatica del nuoto.
Tutti gli spartiti con l’acqua si cancellano, ma senza troppa fretta.
Non sono stati scritti perché siano letti, sono stati scritti perché fossero letti da chi li ha scritti, sono stati scritti per protesta contro tutto ciò che era stato scritto.
Non sono stati scritti contro il silenzio.
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La fiamma in silenzio è attratta fuori, dove già si trova.
La fiamma in silenzio è attratta fuori, è questa attrazione a bruciare e a bruciarla.
La fiamma in silenzio è attratta fuori di sé, ne è contenta?
La fiamma in silenzio è attratta fuori di sé, dove si ritrova.
Il nostro sguardo accende la fiamma, la nostra voce alla fine la spegne, scoprendo che è vero il contrario.
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Ce ne stiamo accampati ognuno dentro la sua parola preferita.
Il silenzio è la parola sempre presente, sempre pensata.
La via dell’uscita è soltanto e inutilmente segnata da una conchiglia con tutto il poco silenzio che qualcuno mai scoperto è riuscito a immaginarci, più che a metterci, dentro.
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Con la sabbia fai una scultura che raffigura la sabbia.
La matematica nega all’occhio la parabola proprio mentre racconta l’occhio.
I fiori del mancato silenzio hanno spostato silenziosamente i loro binocoli.
Ora seguono la guerra che si combatte senza sapere, alle loro spalle, alla ricerca del non saperlo.
Quanto a me, attendo un messo sui trampoli che da un minuto all’altro verrà da un megafono a rivelarmi qual è la maggiore fortuna.
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Cos’è rompere il silenzio se non è una domanda?
Ora qui dunque si dà il seguente teorema indimostrabile:
La nostra distanza da ogni domanda rifiutata è inversamente proporzionale all’importanza del motivo per cui è rifiutata la domanda.
Teorema che sebbene indimostrabile non rinuncia a due corollari:
Ogni domanda nasce per esser rifiutata.
La sola possibile risposta è la rivelazione degli autori di rifiuto.
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Sei del silenzio finché abiti lo specchio, finché del corpo del mondo inevitabilmente estraneo, finché della pagina inevitabilmente estranea, non decidi di pensare Questo è il mio corpo e questa è la mia casa che sceglie per me.
Un attimo dopo sei del mondo e della pagina e il silenzio potrebbe scegliere tante lingue per dirlo, e per questo crea le lingue del mondo per dirlo.
Oggi io sono una casa dalla quale lo dice dicendo: La familiarità è distanza, è tribù di focolai.
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Quanto dura oggi? Certo, da silenzio a silenzio.
Oggi è la ricostruzione del silenzio.
Ma chi la conta da silenzio a silenzio questa lunghezza che non ama esser chiamata distanza, questa misura che ama la geografia e non ama la matematica?
Il Libro più che il sole sta lì a perpetuare una risposta che non tutti decidono di prendere sul serio.
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A ogni passo lancio silenziosamente, invisibilmente, le funi che sono sicuro di andare in seguito a raccogliere.
Forse l’assoluto è scioglimento e io mi accorgo di combattere questo ingiustificato terrore non mio. Sì, forse questo terrore della pagina mi usa.
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Il guerriero silenzio implacabile nel suo guscio di rabbia non uccide mai un nemico, i nemici li vuole vivi.
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Cosa fanno Platone, Apollonio, Virgilio e Ovidio sulla tomba di Orfeo? Via, scacciate via questi volgari tacitori! Vogliamo sapere i canti del nostro inventore e non le sue vuote imprese.
Così urla il poeta. E’ forse questa una rivolta contro il silenzio?
No, il poeta non crede alla rivolta contro il silenzio. Il suo lavoro finalmente è andare in giro a prendere a calci cornici di gesso.
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Alla ricerca della voce giusta ho capito che non cercavo quella giusta ma cercavo la mia. Cercandomi dentro ho capito in quale nascondiglio lontanissimo stava e chi me la poteva dare. Andandola a prendere ho smesso di muovermi e ha cominciato a muoversi il mondo. Il movimento del mondo in poco tempo ha incenerito soli e pietre e non fogli. I fogli sfrontati e desolati sono partiti sulle onde alla ricerca del colore rosso. Il rosso fa male agli occhi ma gli occhi non scappano. Ora tutte le porte sbattono e tutti i telefoni suonano e tutti si affrettano gentilmente a fornirmi risposte, venendo a chiedere o a chiudere. Io chiudo solo i denti, ancora tutti stranamente sani, e rido, in silenzio.
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Il poeta confessa delitti orribili commessi in sogno a un tribunale extraterrestre, che non lo intende e che lo condanna a violentare a vita tutte le cuciture rosse del silenzio, con forbici rumorosissime che non tagliano ma svegliano ogni antica vittima.
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Ecco, lui verrà con le nuvole e in bocca avrà una spada a due tagli.
Ogni occhio lo vedrà, anche l’occhio di quelli che cercandolo lo hanno trafitto.
Quello che avranno visto lo scriveranno in un libro e lo lanceranno nei sette venti, e la sua voce per il tramite loro sarà il fragore di grandi acque inascoltate.
Essi avranno sopportato molte cose in nome suo, molte parole in nome del silenzio, eppure lui avrà questo contro di loro: che l’hanno abbandonato come è dovuto a un primo e ultimo amore.
Ma conosce anche la loro fede e il loro servizio, e sa che le loro ultime opere saranno più numerose delle prime. E darà a tutti una pietruzza bianca, sulla quale è scritto un nome nuovo, che nessuno conosce.
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Abbiamo acceso il giorno con la voce e gli occhi soli soli e lontani e accorti nel buio, nel tempo muto da cui nascevamo allora. Abbiamo cercato la nostra innocenza sempre dalla parte sbagliata, rovistando nelle nostre non silenziose nascite, quelle vere, quelle non urgenti. Quel che di noi sembrava tacere era la nostra più forte e incendiaria parola, che non ci ha mai insegnato niente. Dove ci porta adesso, dove ci ha mai portato, tutto ciò che non è bianco e non è inutile e non è singolare?
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Un vecchio piange in silenzio ogni giorno sopra una bandiera non più sua, non stinta ma fiammante nuovissima.
Le sue scarpe cancellano gli stessi passi già fatti sulla strada inventata per lui dalla memoria mentre la pietra delle strade vere cambia.
C’è vento e il foglio di carta velina, su cui mille anni fa in cima alla lista delle parabole possibili ha scritto Io sono il volto e questo è Io, non è ancora atterrato.
Ma lui non può saperlo ed è convinto di bussare a una porta licenziata, che non nasconde più niente e nessuno a niente e a nessuno.