Ho fatto tardissimo e sono entrato in sala sul finire, non posso dire di cosa perché mi ci avevan spinto senza spiegarmi troppo ma dicendo solo che sarebbe stato qualcosa d’interessante.
Posso però dire che è assai probabile si tratti di una rappresentazione, diciamo così, d’impostazione non tanto classica, ammesso che ciò significhi qualcosa; e posso anche dire che sono qui ora più che altro intento a decidere se davvero fin qui mi sono perso qualcosa o invece no: perché sembra che proprio quasi solo sul finire, cominciasse l’azione sulla scena, dato che la gran parte della durata dell’Opera era stata impiegata, come mi ha voluto spiegare gentilmente una signora di quarta fila (io ho trovato posto in quinta), da un monologhista, tra l’altro completamente celato dietro un’armatura, di certo per qualche fine simbolico non precisato però e non chiaro; il quale (monologhista e non fine), giunto finto trafelato e conquistata l’asse di competenza (il palcoscenico è di legno e ha pure scricchiolato) s’è messo semplicemente, e per circa due ore, a raccontare, come dire?, tutta la vicenda; dico vicenda ma che a quanto pare non riguarda o sviluppa propriamente una storia inventata e cioè storia da recepire come realistica, ma si riferisce invece alla storia più reale di tutte le storie possibili del raccontare, e dunque storia in genere e curiosissimamente accolta come falsa o fuorviante e troppo pretenziosa e letteraria. Cioè il personaggio in scena, dobbiamo intendere, interpretava la parte dell’autore dell’Opera, e stava lì (oppure: “il quale, non richiesto, stava lì”) a raccontare la nascita dell’Opera stessa.
Ora che l’uditorio ha assistito pazientemente al racconto della nascita dell’Opera, è iniziata invece l’Opera, si fa per dire, vera e propria, che a quanto pare tratta di un autore teatrale che sta scrivendo un’opera; opera la quale (dico quell’opera che è ora oggetto dell’Opera), beninteso (altrimenti è ovvio che il tutto non sarebbe infine che una forse inutile ripetizione, o una mera messa in scena del monologo precedente), non è questa.
L’opera che l’autore personaggio dell’Opera sta scrivendo (anche se non è quell’opera, ad esser raccontata in scena, se non soltanto di passaggio e per minimi scopi di verosimiglianza: perché la scena racconta invece al suo centro la vicenda della scrittura di quest’opera diciamo ulteriore), racconterebbe invece d’un gruppo di amici (tre, precisamente) che lavorano di giorno insieme (uno tra l’altro fa il regista, un altro l’attore), e vanno a sera a teatro. Qui a certi punti imprecisati uno si stacca, una prima volta per assentarsi dalla compagnia un paio d’ore, una seconda più tardi in platea perché unico fra tutti trova un buco di posto libero in quinta fila, dietro lo chignon d’una bella signora, e scusandosi con gli amici, affaticato e impossibilitato a regger in piedi fino alla fine della rappresentazione, soprattutto con quell’armatura pesante e fuori luogo addosso, va lì a sedersi, dopo aver terminato il suo monologo.
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Eccovi dunque, gentili signori del pubblico, il tema della storia cui assisterete; non mi resta ora che ringraziarvi della vostra presenza, e per avermi aspettato (c’era un po’ di confusione in giro e ho fatto un po’ tardi ad arrivare); scusate se vi ho annoiati; adesso col vostro permesso mi faccio da parte, e comincia l’azione.
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Ah, però, un attimo, dimenticavo. Il terzo dei tre amici fa in genere lo scrittore, non l’attore: questo ve lo dico per completezza, ma anche per avere più speranze di essere perdonato, se per caso poco fa, lì da solo, sulla scena, non vi son parso troppo abile.