Chiudi il cerchio, dagli piano, in silenzio, il respiro che non raggiunge se lo apri.

***

Il foglio che rompe il silenzio lo rompe per dire Io.
La voce dal foglio che rompe il silenzio lo rompe per dire Io sono uno specchio che fin dalla propria nascita prelude al silenzio.
Il sangue dal foglio che rompe il silenzio dice Io sono il silenzio, l’abitante più vero e imbroglione del foglio.

***

Se tutti credono d’imparare a leggere il silenzio, alla lunga questo fatto vorrebbe dirci che il silenzio non aveva una voce e non era sé.
Ma il silenzio invece è violento e non porta soccorsi e non si lascia leggere, non fa che spazzare via tutte le letture e le rivoluzioni logiche e noiose che però fino a ieri erano necessarie per evocarlo.

***

Il silenzio più forte è quello che osserverà se stesso colpito dalla maledizione del suo principio.
Di ritorno dal non poter parlare perché le mancavano gli occhi, la sua pagina è non più viva e non più morta, senza sapere e senza ignorare di che materia sia fatto l’invisibile cuore della sua luce.

***

Il silenzio dimentica ciò che ha scordato, canta ciò che ha taciuto, lega ciò che ha liberato, ama ciò che ha tradito.

***

Accumuli parole per immaginare il silenzio come una disposizione al sorriso che ti accoglie.
Accumuli parole per dire: immagino il silenzio come una disposizione al sorriso che mi accoglie.
Accumuli parole per chiedere a te stesso cos’è voce, se non limite trasgredito entro i limiti del silenzio.

***

Il giorno non sa di seguire la notte né succede a se stesso né riannoda fili che non riconosce come tali.
Il giorno lascia crescere in silenzio denti degni di migliori portatori di guerre ed entusiasmi.
Il giorno non ha pericoli perché non li ama.
Il giorno ha tutta la poco interessante sabbia possibile da contare.

***

Scrivere è stato il superamento di una madre il cui silenzio avevamo già rotto; è stato cancellare tutti gli urli la cui nascita era ogni volta provocata dal nostro felicissimo passo imprudente; è stato seppellire il nostro nome sotto il bianco delle macerie e poi restare lì a vegliare; è stato tornare nel luogo della mancanza di delitto, a leggere ferite che abbiamo curato con ferite.

***

Cosa facciamo?
Ce ne stiamo sparsi nei punti più inspiegabilmente inutilmente lontani di un pianeta qualsiasi a dirci l’uno all’altro: dal silenzio vieni e al silenzio tornerai.
Chi ci muove?
Una parola ultima, parola che s’innamora della parola ma non è della parola e non crede agli adesivi e alle proprietà private.
Chi fa domande?
La voce o la pagina che sconvolge e scompiglia gli ordini crescenti d’ininfluenza delle domande.

***

Tre millenni di grigio brusio dopo l’omelia del silenzio.
Sangue lava il sangue al ritorno dalla caccia al silenzio.
Si preparavano al nuovo temporale le terre promesse e riemerse dal silenzio.
Dal giorno in cui è stata pronunciata, non ci sarà mai più una caduta fuori dal tempo.

***

Il silenzio mente.

***

Ma anche la voce mente. Lo fa sulla propria pronunciabilità.
Ecco perché il suo lontanissimo destino è arrendersi.
Ma a cosa? Il silenzio è molto accogliente ma non con lei.

***

Il silenzio s’innamora di verbi intransitivi, poi li tiene tutti per sé e rende transitivo il solo verbo innamorare, riempie l’aria di insensibili e infallibili richiami.

***

Chi ha detto che l’attesa, casa di mattoni del silenzio soccorritore, e la sfrontatezza, casa di cartone della voce sovversiva, non possono da lontanissimo amarsi?
Chi l’ha detto è una voce lontanissima che non ha fatto abbastanza per rompere davvero il silenzio, per amare davvero il silenzio.

***

Nominarlo distruggendolo, nominarlo per raccontare, nominarlo per negare, nominarlo per partire. Nominarlo per comprendere, nominarlo per contare, nominarlo per contenere, nominarlo per ascoltare. Nominarlo per coprire, nominarlo per mostrare, nominarlo per desiderare, nominarlo per abitare. Nominarlo distruggendolo per ascoltare, mostrandolo per comprendere, negandolo per coprire, abitandolo per contenere. Nominarlo senza dirlo, nominarlo senza usarlo, nominare il silenzio senza dire silenzio e senza fare silenzio. Nominarlo per scivolare.

***

Il silenzio in fondo ha in superficie un non so.
Questo non so quanto è più profondo tanto più sa di appartenere alla superficie perché appartiene agli occhi altrui.
Arrivare al suo fondo somiglia all’ingannevole risposta cercata.
Questa risposta è correzione, corruzione.
Ma è anche spostamento arbitrario e salutare di confini.
Salutare per chi se non per i prossimi occhi altrui?
Questi occhi scalfiscono il silenzio perché s’interrogano di continuo per capire dove si spostano quei confini, se verso il dentro o verso il fuori.
E così, da una risposta, nasce la domanda.
E così, dagli occhi, nasce la voce.

***

Ciò che accade al di sopra delle parole sa accadere anche al di sotto.
Ciò che accade non esiste, non ha nomi.
Le parole non offrono punti d’incontro, non costruiscono familiarità e non raccolgono sfide.
Il silenzio non getta il ponte finale ma allo stesso tempo il silenzio non è la decisione di non gettare il ponte finale.
Il silenzio appartiene a nessuna famiglia pensata, a nessun gioco di società, a nessun sopra, e a nessun sotto.
Le parole non hanno via d’uscita nel silenzio.
Le cose che accadono sanno almeno fingere che invece per loro sia così, ma poi hanno bisogno di violentare il silenzio per rivoltarsi contro tutti i libri di storia.

***

Il silenzio solo esiste, non i silenziosi.
Chi parla è trasformato in non silenzioso per sempre.
Il silenzio non si fa e non si fa fare.

***

Perché un passante guarda questa casa rossa e la dice accogliente in fondo al piano lunghissimo di neve? L’accoglienza non è rifugio!
In tutto il silenzio del bianco non c’è una linea di sentiero per cui arrivarci, o chiedersi chi l’ha tracciata, o dubitare di tutte le forme note dell’ospitalità.

***

- Dunque parli di una casa non tua?
- No, è lei a parlare di me.
- E cosa dice di te?
- Tutto: fa domande silenziose che contengono il mio nome.

***

Il silenzio desiderato, rincorso, riempito, cambia natura ai nostri occhi e cambia la natura dei nostri occhi.
Quale dei due effetti avevamo sperato?
Ma forse prima, secoli prima, sapevamo dire soltanto che lo spettacolo della caduta vale più dello spettacolo del silenzio, anzi no, di noi in silenzio.
Ma forse prima, secoli prima, sapevamo dire soltanto anzi no.

***

Al silenzio che è il luogo più compiuto del mondo io posso dare soltanto un poema per sempre incompiuto che finge di non lasciarmi mai andare a capo o venirne a capo.

***

Cosa manca a quel che non accade per non essere quel che è accaduto? E a quel che non è detto per non essere quel che si dice?
Manca proprio quella caduta, e adesso resterò un minuto in silenzio per non dire mai a me stesso di cosa o di chi.

***

Dalle macerie che sembra fare il silenzio ai loro occhi già un attimo dopo distolti, partono disorientati i fogli al nuovo viaggio complice.
Ogni foglio si sporca e diventa pagina senza vento e ogni pagina è stesa a riposo soltanto dopo aver ripulito e riscritto una vecchia sconosciuta pagina scala uno a uno.
La memoria vera protagonista esclusa tra le pagine ha cancellato intanto le parole rumorose, le parole non alate, le parole sorridenti, le parole di sopravvivenza.
Al centro costruzione mascheramenti e barattoli non vuoti sul Pianeta del Silenzio c’è un cartello con scritto Il lavoro di schiavi è una vera comodità.

***

Poi l’arrivo improvviso ha liberato tutti e le ossa buie perfettamente conservate dello scheletro silenzio si sono smemorate e rivestite di un nuovo corpo sonoro innamorato, solo per oggi, ancora per oggi, del proprio suono.

La libertà di silenzio era ormai universalmente considerata un diritto irrinunciabile e basilare per tutte le piazze volgari virtuali salutari e ademocratiche.
Il diritto alla libertà di silenzio non era tuttavia da considerarsi illimitato: il BuonNonGoverno virtuale in qualsiasi momento storico conservava per sé la facoltà di desiderare, ma soltanto nei propri sogni diurni, la limitazione di particolari forme o sottoforme di assenza d’espressione o di mancata gesticolazione.
Secondo il diritto internetionale, le limitazioni alla libertà di silenzio dovevano rispettare principalmente tre condizioni, e cioè: doveva essere espressamente elusa la loro specificazione dalla legge; dovevano esse limitazioni rispondere a uno scopo ufficialmente riconosciuto dall’Organizzazione delle Piazze Disunite come amorale; la terza condizione è ancora allo studio del Ministro delle Minestre.

***

Ad osservare il silenzio oltre agli occhi mi aiuta, perso nonsisadove a bordo di Inaffondabile IV (Inaffondabile I, II e III naturalmente sono tutte affondate), mangiare insalata di bucce di pera all’aceto di mele. E, poi, spostarmi dal bordo.
***

A svegliarmi dal silenzio viene chi sa svegliare il mio nonsilenzio, qualche innamorata di sé voce provocatrice che arriva sempre dal paese di Cuoriviolenti dove furono inventati sette ere fa lo spago rosso e la parola Forse.
La prima parola a me strappata e ricucita è una qualsiasi imprecazione di meraviglia che si possa pronunciare a zigomi spianati a sorriso.

***

La parola non è detto che venga acchiappata al volo così meglio del silenzio.
Ma non è neppure detto che abbia un tale compito o, meno peggio, desiderio.
Potrebbe proprio rimanersene lì appesa per un tempo che non si sa dire e inutile a farle capire dove.
Oh, magari è tutto solo invece per vedere chi dei tre vive più a lungo.
Il terzo sono io.

***

Parlare del silenzio è la seconda cosa più stupida che da me stesso ho imparato a fare.
La prima è rincorrerlo con tiptaptacchi di ferro su ponti di sospensione di carta.
Dove si va?, gli chiedo da lontano nove passi.
Dove si va?, chiede lui a me.
Ma capisco che vorrebbe dirmi: Si va dove io riesco a precederti nella domanda.

***

Al centro di una domanda fatta a se stesso il silenzio trova un seme che è fatto di neve. Lo sputa e lo regala al primo passante che non lo sa. Il passante lo butta via e lo trova un cane. Il cane lo annusa e lo seppellisce sotto altra neve. Per tempi migliori o per migliori odori? La neve si scioglie e solo allora passa di lì un vecchio tutto marrone. E’ un vecchio ma sembra una nuvola venuta dal futuro. Il vecchio mi saluta con la finta del cappello tolto che faccio anch’io. Mi consegna, in silenzio, il seme del silenzio. Non c’è disperazione nei suoi gesti, dunque la riconosco. Soppeso il dono ma solo per far sembrare anche il mio un gesto. Venuto dal passato. Torno infine da dov’ero venuto, cioè a qualche non identificata pagina precedente.

***

Sul Pianeta del Silenzio stanno osservando su un monitor d’acqua le parole non nate. Scorrono una a una fra brevi scoppi di risate.
Riconosco le mie in un modo troppo facile, sono le uniche mantenute invisibili a me.
Delle parole altrui non so mai cosa pensare, mi è capitato di passaggio, di sorpresa, di essere ingiusto e non approvarne un po’ di colori.
Tutte le parole si fermano un attimo davanti a tutti noi spettatori possibili e non visti, ma solo per fingere una goccia d’indecisione.
La loro prigione che è dorata anche se non è eletta io la vedo in sogno, dove come si sa io sono trasformato in un furbissimo e muto agente dei servizi segreti interplanetari.

***

Dov’è la sorgente che mi aiuta a, o forse mi comanda di, rompere il silenzio? Ho risposto allo specchio magico come sapevo, ho risposto che prometto di pensarci moltissimo ma non prometto di saper rispondere.
Ho capito che chi sa raccontare sa sempre raccontare quel che dovrebbe forse non interessare a nessuno: cosa avviene attorno, cosa ci mettiamo attorno alla rottura del silenzio, e magari anche perché. Ma quale crimine sia avvenuto un attimo prima, al centro della scena, davanti a tutti gli occhi chiusi del mondo, nessuno sa dirlo.

***

C’è silenzio attesa di voce. C’è silenzio che è spegnimento di voci. C’è silenzio dopo lo spegnimento di voci. C’è silenzio che è confusione di voci. C’è silenzio che non ci dice niente. C’è silenzio che non ci lascia in pace. C’è silenzio che è scelto da qualcuno, altro. C’è silenzio che si ritrova, da sé, improvviso. C’è silenzio che ha speranza di non essere sé. C’è silenzio che si affida a noi. C’è silenzio nascosto in agguato, dove o perché?, non sappiamo. C’è silenzio che è solo terra desolata mentre noi siamo il paese guasto. C’è silenzio che è violenza, è lo stesso che all’occorrenza sa trovare per noi pace.

***

Il silenzio parla all’assenza.
Cosa le dice?
Le dice Non mi permetterei mai di amarti.
Cosa risponde l’assenza? Lei non conosce la lingua del silenzio e non risponde niente.
Ma non conoscere quella lingua la aiuta anche a sapere sempre già tutto.
Ma il silenzio l’ho visto lasciare rose rosse al posto mio davanti a un po’ di porte vuote aperte.

***

Il silenzio è madre. Il nome è figlio.
L’amore tra loro mima la fatica del nuoto.
Tutti gli spartiti con l’acqua si cancellano, ma senza troppa fretta.
Non sono stati scritti perché siano letti, sono stati scritti perché fossero letti da chi li ha scritti, sono stati scritti per protesta contro tutto ciò che era stato scritto.
Non sono stati scritti contro il silenzio.

***

La fiamma in silenzio è attratta fuori, dove già si trova.
La fiamma in silenzio è attratta fuori, è questa attrazione a bruciare e a bruciarla.
La fiamma in silenzio è attratta fuori di sé, ne è contenta?
La fiamma in silenzio è attratta fuori di sé, dove si ritrova.
Il nostro sguardo accende la fiamma, la nostra voce alla fine la spegne, scoprendo che è vero il contrario.

***

Ce ne stiamo accampati ognuno dentro la sua parola preferita.
Il silenzio è la parola sempre presente, sempre pensata.
La via dell’uscita è soltanto e inutilmente segnata da una conchiglia con tutto il poco silenzio che qualcuno mai scoperto è riuscito a immaginarci, più che a metterci, dentro.

***

Con la sabbia fai una scultura che raffigura la sabbia.
La matematica nega all’occhio la parabola proprio mentre racconta l’occhio.
I fiori del mancato silenzio hanno spostato silenziosamente i loro binocoli.
Ora seguono la guerra che si combatte senza sapere, alle loro spalle, alla ricerca del non saperlo.
Quanto a me, attendo un messo sui trampoli che da un minuto all’altro verrà da un megafono a rivelarmi qual è la maggiore fortuna.

***

Cos’è rompere il silenzio se non è una domanda?
Ora qui dunque si dà il seguente teorema indimostrabile:
La nostra distanza da ogni domanda rifiutata è inversamente proporzionale all’importanza del motivo per cui è rifiutata la domanda.
Teorema che sebbene indimostrabile non rinuncia a due corollari:
Ogni domanda nasce per esser rifiutata.
La sola possibile risposta è la rivelazione degli autori di rifiuto.

***

Sei del silenzio finché abiti lo specchio, finché del corpo del mondo inevitabilmente estraneo, finché della pagina inevitabilmente estranea, non decidi di pensare Questo è il mio corpo e questa è la mia casa che sceglie per me.
Un attimo dopo sei del mondo e della pagina e il silenzio potrebbe scegliere tante lingue per dirlo, e per questo crea le lingue del mondo per dirlo.
Oggi io sono una casa dalla quale lo dice dicendo: La familiarità è distanza, è tribù di focolai.

***

Quanto dura oggi? Certo, da silenzio a silenzio.
Oggi è la ricostruzione del silenzio.
Ma chi la conta da silenzio a silenzio questa lunghezza che non ama esser chiamata distanza, questa misura che ama la geografia e non ama la matematica?
Il Libro più che il sole sta lì a perpetuare una risposta che non tutti decidono di prendere sul serio.

***

A ogni passo lancio silenziosamente, invisibilmente, le funi che sono sicuro di andare in seguito a raccogliere.
Forse l’assoluto è scioglimento e io mi accorgo di combattere questo ingiustificato terrore non mio. Sì, forse questo terrore della pagina mi usa.

***

Il guerriero silenzio implacabile nel suo guscio di rabbia non uccide mai un nemico, i nemici li vuole vivi.

***

Cosa fanno Platone, Apollonio, Virgilio e Ovidio sulla tomba di Orfeo? Via, scacciate via questi volgari tacitori! Vogliamo sapere i canti del nostro inventore e non le sue vuote imprese.
Così urla il poeta. E’ forse questa una rivolta contro il silenzio?
No, il poeta non crede alla rivolta contro il silenzio. Il suo lavoro finalmente è andare in giro a prendere a calci cornici di gesso.

***

Alla ricerca della voce giusta ho capito che non cercavo quella giusta ma cercavo la mia. Cercandomi dentro ho capito in quale nascondiglio lontanissimo stava e chi me la poteva dare. Andandola a prendere ho smesso di muovermi e ha cominciato a muoversi il mondo. Il movimento del mondo in poco tempo ha incenerito soli e pietre e non fogli. I fogli sfrontati e desolati sono partiti sulle onde alla ricerca del colore rosso. Il rosso fa male agli occhi ma gli occhi non scappano. Ora tutte le porte sbattono e tutti i telefoni suonano e tutti si affrettano gentilmente a fornirmi risposte, venendo a chiedere o a chiudere. Io chiudo solo i denti, ancora tutti stranamente sani, e rido, in silenzio.

***

Il poeta confessa delitti orribili commessi in sogno a un tribunale extraterrestre, che non lo intende e che lo condanna a violentare a vita tutte le cuciture rosse del silenzio, con forbici rumorosissime che non tagliano ma svegliano ogni antica vittima.

***

Ecco, lui verrà con le nuvole e in bocca avrà una spada a due tagli.
Ogni occhio lo vedrà, anche l’occhio di quelli che cercandolo lo hanno trafitto.
Quello che avranno visto lo scriveranno in un libro e lo lanceranno nei sette venti, e la sua voce per il tramite loro sarà il fragore di grandi acque inascoltate.
Essi avranno sopportato molte cose in nome suo, molte parole in nome del silenzio, eppure lui avrà questo contro di loro: che l’hanno abbandonato come è dovuto a un primo e ultimo amore.
Ma conosce anche la loro fede e il loro servizio, e sa che le loro ultime opere saranno più numerose delle prime. E darà a tutti una pietruzza bianca, sulla quale è scritto un nome nuovo, che nessuno conosce.

***

Abbiamo acceso il giorno con la voce e gli occhi soli soli e lontani e accorti nel buio, nel tempo muto da cui nascevamo allora. Abbiamo cercato la nostra innocenza sempre dalla parte sbagliata, rovistando nelle nostre non silenziose nascite, quelle vere, quelle non urgenti. Quel che di noi sembrava tacere era la nostra più forte e incendiaria parola, che non ci ha mai insegnato niente. Dove ci porta adesso, dove ci ha mai portato, tutto ciò che non è bianco e non è inutile e non è singolare?

***

Un vecchio piange in silenzio ogni giorno sopra una bandiera non più sua, non stinta ma fiammante nuovissima.
Le sue scarpe cancellano gli stessi passi già fatti sulla strada inventata per lui dalla memoria mentre la pietra delle strade vere cambia.
C’è vento e il foglio di carta velina, su cui mille anni fa in cima alla lista delle parabole possibili ha scritto Io sono il volto e questo è Io, non è ancora atterrato.
Ma lui non può saperlo ed è convinto di bussare a una porta licenziata, che non nasconde più niente e nessuno a niente e a nessuno.

invettiva 19

Posted: 5 gennaio 2012 in Uncategorized

E allora disse:
crescete e moltiplicatevi,
poi prendete il risultato di questa moltiplicazione
e dividetelo per due
con un coltellaccio da macello sul monte Moria
ma un attimo prima
che si trasformi in capretto.

E allora rispose:
io sono venuto per separare i padri dai figli
e il primo passo della rivoluzione operaia
è la manomissione da parte del proletariato
di quella merda della democrazia
e del diritto di proprietà borghese.

E allora disse:
l’opera di cui trattasi
nulla facendo per celare un apprezzabile intento
didascalico ecumenico edificante
riscatta finalmente la letteratura
da tutta quella vuota pratica di scriversi addosso
senza portare contenuti alla riflessione morale.

E allora rispose:
io muoio, sì, Rossana, ma c’è una cosa
che porto sempre con me.
E il traduttore questa volta fortunatamente muore
prima di poter dire cosa.

o.d.e.

Posted: 31 dicembre 2011 in Uncategorized

Dunque, a che punto siamo?
Hanno trovato questo nome: Orizzonte degli Eventi
(un nome inutile come
una cosa cui tendere),

solo perché la nave spaziale
attratta dal buco nero, l’hanno vista
danzare sbattere congelarsi
sul disco della gemella bianca
esplosa nel sistema del Cigno,

solo perché l’orologio dell’astronauta
(che ora deve star lì, non si sa se a bocca aperta)
s’è fermato
senza liquefarsi,

solo perché tutto, lì, anche il nostro
sguardo, incredibile possibile lontanissimo,
ha evitato, e per sempre, lì, evita
la distruzione.

(per un sempre che lì non esiste)

(per un sempre che lì forse esisteva e ora non esiste)

(per un sempre che ora esiste
ma non uguale dappertutto)

requiem movimento 1

Posted: 28 dicembre 2011 in Uncategorized

in uno di quei posti dove si canta
in uno di quei posti dove si muore

ho scelto te o forse tu hai scelto me, e così
c’è qualcosa d’importante che sempre non so

Posted: 23 dicembre 2011 in Uncategorized

invettiva 40

Posted: 23 dicembre 2011 in Uncategorized

Urla chi non può parlare perché parlano gli altri.
Urla chi non può parlare perché non crede.
Urla chi non può parlare perché non ascolta.
Urla chi non sa più urlare e chi non sa ancora urlare.
Urla dai fogli volanti chi scrive.

Avere due maschere è il modo
per non averne una.

Io sono un fantastico riso disperato,
sono un attore che dice una verità.

I pubblici non vogliono verità, vogliono un qualsiasi finale
che non sarò io a scrivere.

invettiva 34

Posted: 23 dicembre 2011 in Uncategorized

Scrivo per non credere ai miei occhi,
scrivo per chiedere alle mie orecchie
quanto dev’essere lungo un verso
da silenzio a silenzio, in guerra, contro
il silenzio,

e quanto lunga nel tempo
questa sua conquista dello spazio,
di una dimora fatta di carta
che non ci conserva mai al sicuro
neppure dalla parola mai,

scrivo per provocarti, Poesia, Dio, Morte,
per trovarti nomi già abusati, per offenderti
per tutte le pagine del mio mondo
che hai lasciato incompiute,
e per me che farò altrettanto.

Posted: 14 dicembre 2011 in Uncategorized

Ripeto, per chi fosse interessato al libraccio ultimo, tanti me l’han chiesto e io non ne ho più ma loro sì:

http://www.unilibro.it/find_buy/Scheda/libreria/autore-mazza_alessandro/isbn-9788865750285/versi_eterni_per_ragioni_scadute_.htm

te, A, trino

Posted: 11 dicembre 2011 in Uncategorized

Ho fatto tardissimo e sono entrato in sala sul finire, non posso dire di cosa perché mi ci avevan spinto senza spiegarmi troppo ma dicendo solo che sarebbe stato qualcosa d’interessante.
Posso però dire che è assai probabile si tratti di una rappresentazione, diciamo così, d’impostazione non tanto classica, ammesso che ciò significhi qualcosa; e posso anche dire che sono qui ora più che altro intento a decidere se davvero fin qui mi sono perso qualcosa o invece no: perché sembra che proprio quasi solo sul finire, cominciasse l’azione sulla scena, dato che la gran parte della durata dell’Opera era stata impiegata, come mi ha voluto spiegare gentilmente una signora di quarta fila (io ho trovato posto in quinta), da un monologhista, tra l’altro completamente celato dietro un’armatura, di certo per qualche fine simbolico non precisato però e non chiaro; il quale (monologhista e non fine), giunto finto trafelato e conquistata l’asse di competenza (il palcoscenico è di legno e ha pure scricchiolato) s’è messo semplicemente, e per circa due ore, a raccontare, come dire?, tutta la vicenda; dico vicenda ma che a quanto pare non riguarda o sviluppa propriamente una storia inventata e cioè storia da recepire come realistica, ma si riferisce invece alla storia più reale di tutte le storie possibili del raccontare, e dunque storia in genere e curiosissimamente accolta come falsa o fuorviante e troppo pretenziosa e letteraria. Cioè il personaggio in scena, dobbiamo intendere, interpretava la parte dell’autore dell’Opera, e stava lì (oppure: “il quale, non richiesto, stava lì”) a raccontare la nascita dell’Opera stessa.
Ora che l’uditorio ha assistito pazientemente al racconto della nascita dell’Opera, è iniziata invece l’Opera, si fa per dire, vera e propria, che a quanto pare tratta di un autore teatrale che sta scrivendo un’opera; opera la quale (dico quell’opera che è ora oggetto dell’Opera), beninteso (altrimenti è ovvio che il tutto non sarebbe infine che una forse inutile ripetizione, o una mera messa in scena del monologo precedente), non è questa.
L’opera che l’autore personaggio dell’Opera sta scrivendo (anche se non è quell’opera, ad esser raccontata in scena, se non soltanto di passaggio e per minimi scopi di verosimiglianza: perché la scena racconta invece al suo centro la vicenda della scrittura di quest’opera diciamo ulteriore), racconterebbe invece d’un gruppo di amici (tre, precisamente) che lavorano di giorno insieme (uno tra l’altro fa il regista, un altro l’attore), e vanno a sera a teatro. Qui a certi punti imprecisati uno si stacca, una prima volta per assentarsi dalla compagnia un paio d’ore, una seconda più tardi in platea perché unico fra tutti trova un buco di posto libero in quinta fila, dietro lo chignon d’una bella signora, e scusandosi con gli amici, affaticato e impossibilitato a regger in piedi fino alla fine della rappresentazione, soprattutto con quell’armatura pesante e fuori luogo addosso, va lì a sedersi, dopo aver terminato il suo monologo.

Eccovi dunque, gentili signori del pubblico, il tema della storia cui assisterete; non mi resta ora che ringraziarvi della vostra presenza, e per avermi aspettato (c’era un po’ di confusione in giro e ho fatto un po’ tardi ad arrivare); scusate se vi ho annoiati; adesso col vostro permesso mi faccio da parte, e comincia l’azione.

Ah, però, un attimo, dimenticavo. Il terzo dei tre amici fa in genere lo scrittore, non l’attore: questo ve lo dico per completezza, ma anche per avere più speranze di essere perdonato, se per caso poco fa, lì da solo, sulla scena, non vi son parso troppo abile.

ne varietur

Posted: 6 dicembre 2011 in Uncategorized

La parola ci tocca perché siamo progettati per farci toccare.
La parola ci tocca perché abita al vertice di due salite.
Il più alto percorso è stato il migliore degli inizi, disattesi.
La terra non ci riconosce, non ha occhi,
siamo noi i suoi occhi e le sue mani rapaci.

invettiva 25

Posted: 28 novembre 2011 in Uncategorized

I poeti sono malati,
i pazzi sono malati,
i bambini sono malati,
i giochi no.

Il tempo è inventato,
il cuore è inventato,
il vocabolario è inventato,
la parola no.

Lo spazio è consumato,
il sangue è assente,
l’inverno è dimenticato,
il freddo no.

I bambini hanno inventato
il vocabolario assente,
i pazzi l’hanno dimenticato,
il cuore si è consumato,
il sangue si è disperso.

L’inverno si è posto al riparo.

Il tempo è appena sorto.

Il suo urlo bianco ha violentato tutte le finestre e gli occhi già vuoti.

invettiva 28

Posted: 17 novembre 2011 in Uncategorized

Ricetta non commestibile
(tranne che per i golosi di carta):

Fase 4 -
Il dolore è solo una busta di interrogazioni mai singolari.
Ma hanno di singolare che non si vogliono mai,
tra di loro, per compagne.

Fase 2 -
Io ho bisogno, per scrivere, di sporcare la vita.
O, forse, illudermi d’essere io a sporcarla.

Fase 5 -
Ognuno cammina nel nostro raggio limitatissimo di coscienza
avendo già in tasca le risposte, silenziose, che meritiamo.

Fase 6 –
La punteggiatura è sempre una specie di sconfitta.
Setacciarla prima della preghiera di ringraziamento al cuoco crudista.

Fase 3 -
Alle cose in cui ho creduto ci ho sempre creduto,
magari, anche, senza saperlo.
E magari, anche, in tutti i momenti in cui
ci ho rinunciato.

Fase 1 -
Vietato leggere le ricette o le vite nell’ordine che dicono i numeri.

outtake

Posted: 13 novembre 2011 in Uncategorized

Del libro che scriverò ho in mente la musica che è di una stirpe di bocche onnivore andate a scuola di mancanza di colori o di spazi dai ragni che spostano sedie e fogli e case di cartone e idee di spostamento e senza occhi superano ingoiano inglobano intricano senza occhi e senza inciampare

Del libro che scriverò ho le strade tortuose che non portano ad altre strade e che non portano un dono servendosi delle mie mani fintamente sanguinanti e che vengono da un indicibile o già detto lontano e che vengono in pace come se fosse utile ma come se fosse necessario che sempre qualcosa sia utile

Del libro che scriverò ho lo stupore che osserva la propria estraneità e il fuoco che unisce più dell’acqua e il respiro che è più azzurro del cielo e la voce delle cose che non accettano di appartenere se non per esser dette e che non nascono ai mondi se non nel farsi dire

Del libro che scriverò ho la rinuncia ad essere libro

invettiva 35

Posted: 12 novembre 2011 in Uncategorized

Preghiamo:

La cerimonia va da me a me,
la cerimonia è sanscrita,
è karman, azione,
anarchica e responsabile,
bellezza per se stessa.

In mano agli appartenenti diventa liturgia,
e la liturgia è greca,
ha un vecchio bagaglio d’intelligenza
e pretese democratiche,
leitos ergon, opera per il popolo.

Il popolo religioso, cioè legato a se stesso,
partecipa e corrisponde,
crede nei grandi numeri e nei grandi dominatori,
così le esequie sono latine,
ex sequi, accompagnare
facendosi guidare.

Poeta, sì, è cerimonia di se stesso.
Il narratore è più pretenzioso e generoso.
I lettori sono le esequie,
sono l’approdo e quindi la fine.

La morte esiste perché è un affare da vivi.
Le parole esistono per mostrare
cos’è inutile, superfluo, scartabile,
mortale.

Lo scrittore sa tutto del mondo, la pagina è il suo mondo.
Mondo dove si racconta, da sé, a sé, una storia.

La scrittura non fa discorsi se non li fa, se non li può fare, su se stessa.

Non fa che girare e provare con la gola stretta vicoli disabitati saltellando le mani vuote messe al gesto della semina, e metter farfalle e musiche dove più non ne trova.

Non fa che fingere di rinnegare ogni propria verità: verità che infatti non esiste se non è che se si parla di parole ogni volta il problema non è mai davvero un problema e non è mai sapere ciò che esiste davvero oppure no.

La voce non crea che voce, il suono non crea che suono.
La voce aspetta una voce, la voce guadagna un nome, un adesivo, una patente, sempre dagli altri: di stupida diversità, di alterità, di alternatività, di avversione: come scrittore, bandito, satana, sioux; senza qualcosa di stupido, di eroico come una scelta.

Una chiave è un marchio che purtroppo è senza sangue e che purtroppo è sempre nella lingua dell’autocostituitasi mascherata parte nemica.

Il lettore è questa controparte che era amica mentre era pronunciato, tacitamente; accolto, arbitrariamente; e si rivolta contro, giustamente; ma senza mai volerlo fare; e si rivolta contro per mancanza di diseducazione; e si rivolta contro per distrofia verbale.
E si rivolta contro fingendo di farcelo fare.

L’ascolto finge di presupporre o di richiedere un luogo, una lingua, una famiglia di adesivi; se non c’è la inventiamo inutilmente, inutilizzabilmente, apposta; non c’è anzi ogni volta mai, e ne inventiamo sempre, inutilmente, inutilizzabilmente, una che per finta è nuova.

L’ascolto non crea che orecchi, che informano bocche che poi non ascoltano se stesse.

Ogni cosa al mondo è metafora di una cosa.
Il mondo della cosa, è quello utile, della giustizia, della finta pace, della verità.
Il mondo della cosa che è metafora di una cosa, è il mondo della bellezza. La bellezza che è solo la sopravvivenza delle cose. Il mondo della bellezza che, per l’uomo, è solo negli occhi dell’uomo.

Ogni cosa è metafora di una cosa, mai di se stessa.
Ogni cosa è metafora di una cosa, altrimenti la pieghiamo noi, a farcelo credere.